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Tracce di storia

David Maria Turoldo

Lavôr fat des classis 5e, 1e A, 1e B, 1e C
Scuele primarie e secondarie di prin grât di Sedean

La revision dai tescj in lenghe furlane e je stade curade da la responsabil dal Sportel intercomunal par la lenghe furlane dai Comuns di Sedean e Flaiban, Dotoresse Michela Vit.

Ritratto di David Maria Turoldo 1 Ritratto di David Maria Turoldo 2 Ritratto di David Maria Turoldo 3

David Maria Turoldo nasce a Coderno di Sedegliano il 22 novembre 1916. Quando parla di sé da ragazzo, si descrive come l'ultimo figlio dell'ultima casa del paese, alto come un bastone, rosso di capelli, con le mani mezze fuori dalle maniche e con una testa a cono, piantata su un collo a manico di scopa, con piedi che d'inverno calzavano gli zoccoli.

Racconta che un giorno, a scuola, doveva leggere davanti alla sua classe un tema. Mentre leggeva, i suoi compagni si misero a ridere. Dopo quel giorno decide di scrivere solo poesie. Diventa sacerdote il 19 agosto 1940 e pubblica le prime raccolte di poesie tra il 1948 e il 1952. Di sé racconta che per lui scrivere poesie o pregare è il senso della gioia. Scopre di essere malato nel 1988 e muore nel 1992 a Fontanella (BG).

A casa di David Maria Turoldo

Facciata

La casa natale di padre David si trova a Coderno di Sedegliano, all'interno di una corte. È costruita con materiali poveri, come il “clap”, il sasso che si raccoglieva nei campi e sul letto del Tagliamento.

Al pianterreno si trova una minuscola cucina, arredata con un lavello da una parte, il focolare dall'altra e, al centro, una tavola sgangherata. C'è una finestra da cui usciva sempre fumo perché non c'era il camino.

Cucina 1 Cucina 2

Per salire al primo piano bisogna uscire dalla porta e salire le scale che si trovano all'esterno. Qui si trova la camera dei genitori di Turoldo, arredata con un letto fatto di assi di legno e un materasso riempito di “scartòs”, cioè di foglie di granoturco.

Cjamare Lo spaventapasseri

Al sottotetto si poteva accedere usando una scala a pioli che si trova nella camera. I genitori di padre David lo usavano per conservare patate e mais. Le pareti sono lisce per impedire ai topi di arrampicarsi, così il gatto li poteva mangiare più facilmente. Fuori dalle finestre si può vedere il ballatoio, in friulano “piul”.

Non ci piacerebbe vivere in una casa come questa con la nostra famiglia perché è una casa vecchia e noi siamo abituati alle case di adesso, inoltre è piccola e c'è un solo letto.

La polenta

La polente

Padre David era cresciuto in una delle famiglie più povere del paese. Poiché era povero mangiava solo polenta e gli altri bambini, quelli delle famiglie più ricche, lo chiamavano “polentone”. A noi non sembra giusto che lo prendessero in giro così, perché non avevano rispetto per lui.

La sua casa profumava di un dolcissimo odore di polenta appena rovesciata sul tagliere. Questo profumo era il richiamo per lui e i suoi fratelli che smettevano di giocare in piazza e correvano a casa. A colazione la famiglia Turoldo mangiava latte e polenta, a mezzogiorno minestra e polenta e infine, a cena, radicchio “argelut” e ancora polenta.

La mamma faticava sempre per preparare la polenta profumata e la cuoceva con giusta cottura, in una pentola nera di ghisa. La cucinava sempre con tanto amore e il piccolo David, per aiutarla, raccoglieva nei campi e nei canali qualche fascina di legna.

Nei giorni di povertà, quando c'era solo polenta da mangiare, suo padre tagliava ai suoi figli due fette della “piccola montagna d'oro” e gliene consegnava una per mano, dicendo: “Ecco, una la chiamerai polenta e l'altra formaggio”. E il piccolo David ci credeva sempre.

Il pane lo mangiava solo chi si ammalava, ma era così poco da fare appena una “panade”.

Purtroppo anche oggi ci sono molte famiglie povere come quella di padre David, private della cose fondamentali per vivere, come cibo ed acqua...

La nostra infanzia e quella di padre David

L’infanzia di padre David non è stata sicuramente gioiosa, anzi, sgridate, prese in giro, miseria e povertà erano le caratteristiche costanti e poi tanto lavoro per ottenere poco.
Noi abbiamo amici che ci vogliono bene e invece lui non ne aveva, infatti i bambini lo maltrattavano, lo facevano soffrire e lo rifiutavano. Ad alcuni di noi è successo di essere presi in giro dai compagni e sappiamo quanto questo faccia soffrire, ma quello che è successo a lui è molto più grave di quello che hanno fatto a noi.

Padre David era povero, aveva una casa piccola, scomoda, mentre la nostra è calda, accogliente, abbiamo un letto morbido e non fatto di “scartos di blave”, la corrente elettrica, il gas, la televisione, il riscaldamento ecc… Viviamo bene, se abbiamo bisogno di qualcosa in poco tempo possiamo averla, invece padre David aveva poco di tutto. Indossiamo vestiti nuovi, colorati, alla moda, mentre quelli di padre David erano rattoppati, corti e “tenuti su” con lo spago.

La sua infanzia è stata anche molto dura, faticosa e difficile in quanto doveva lavorare per aiutare la famiglia, doveva svolgere lavori pesanti e non alla sua portata. Appena tornava da scuola prendeva le pecore e le portava al pascolo nei campi. Noi ragazzi non dobbiamo andare a lavorare per guadagnaci da vivere. La nostra vita è spensierata, divertente, colorata, fantastica. Abbiamo cibo in abbondanza e ogni giorno mangiamo qualcosa di diverso, invece lui ha patito la fame, mangiava poco e sempre le stesse cose, polenta, radicchio e qualche volta formaggio, raramente pane. Lui non sprecava niente invece noi spesso lasciamo il cibo né piatto. Siamo molto fortunati, siamo anche un po’ viziati, pur avendo molto di tutto, siamo a volte scontenti.

Gli ultimi

“Gli ultimi” è un film, tratto dal racconto autobiografico di padre David Io non ero un fanciullo, che racconta la storia di una povera famiglia di contadini, vista attraverso gli occhi di un ragazzo di dieci anni, Checo.

Checo e il spaventapasseris

Il film ci è piaciuto tanto e ci ha commosso. Molte scene ci sono rimaste impresse e non le dimenticheremo mai: siamo rimasti senza parole quando nel film alcuni bambini hanno rincorso Checo che tornava dal pascolo e poi lo hanno appeso per la maglia a una staccionata, come una soppressa, e intanto lui piangeva perché era un bambino buono.

Ci ha commosso vedere Checo entrare nella cucina di una famiglia benestante mentre questa stava mangiando; sulla tavola c’era ogni ben di Dio, ma nessuno gli ha dato qualcosa, anzi una signora lo ha mandato via chiamandolo spaventapasseri, a causa del suo aspetto, e questo soprannome lo faceva soffrire molto.

Nel film c’è un episodio che ci ha fatto indignare: Checo viene invitato a un pranzo di nozze, allora va a casa contento, indossa una giacchetta tutta rattoppata per essere più elegante e poi si presenta al pranzo. Ebbene, tutti lo ignorano, non lo fanno sedere e non gli offrono niente, così non gli rimane altro che tornarsene a casa avvilito e triste.

Ci ha fatto molta pena l’episodio in cui, per castigo, Checo va a dormire senza cena per aver fatto pascolare le pecore nel campo di un altro, ma dopo un po’ la mamma va da lui, facendosi luce con una candela, e gli porta una fettina di polenta. Che tenerezza vedere la mamma che lo accudiva!

Nel film si vede anche Checo che va a scuola, ma anche quello diventa un momento di sofferenza perché alcuni compagni si burlano di lui, gli rubano il cappello e poi lo calpestano. Non è giusto prendere in giro chi è più sfortunato e poi né prendere le cose altrui. Checo era un bambino come tutti, ma lo facevano sentire diverso.

Ad alcuni di noi è venuto da piangere quando suo padre lo ha preso per la maglia e lo ha sbattuto contro lo spaventapasseri e poi lo ha abbandonato nel campo perché si era messo a giocare invece di controllare le pecore. A noi, per fortuna, non è mai capitato di essere lasciati soli e di vedere il proprio padre allontanarsi arrabbiato. Non dimenticheremo la scena finale dove si vede Checo che prende a sassate lo spaventapasseri, lo fa cadere e poi lo calpesta, perché non voleva più essere paragonato a lui.

Tra i tanti momenti tristi di questo film, ce n’è uno molto dolce, quello in cui Checo bacia una ragazzina, forse in quel momento avrà pensato che qualcuno in questo mondo gli voleva bene. C’è anche una scena in cui sorride: quella in cui gioca con la sorellina. Egli è molto paziente con lei, le insegna a disegnare (infatti era molto bravo nel disegno). Infine, ci ha resi felici vedere Checo che nel gioco del “Muduk” riesce a vincere 25 centesimi. Ora quei soldi non valgono niente, ma a Checo hanno dato una grande felicità perché ha potuto comprare un sigaro per suo padre. Pur essendo solo un bambino dimostrava già disponibilità e sensibilità ad aiutare la famiglia.

Alla fine del film abbiamo provato pena, tristezza, angoscia, non immaginavamo che padre David avesse avuto un’infanzia tanto triste. Ci è dispiaciuto che non abbia avuto la possibilità di divertirsi con gli amici, di avere dei genitori comprensivi e affettuosi, alcuni di noi comunque le ha prese, proprio come lui.

David Maria Turoldo al nas a Coder di Sedean ai 22 di Novembar dal 1916. Cuant che di fantat al cjacare di se, si descrîf tant che fi ultin de ultime cjase dal paîs, alt tant che un baston, ros di cjavêi, cu lis mans miezis di fûr des maniis e cuntun cjâf a coni, plantât suntun cuel a mani di scove, cui zocui tai pîts di Unvier.

Al conte che une dì, a scuele, al veve di lei un teme devant di ducj. Intant che lui al leieve, i siei compagns si meterin a ridi. Daspò di chê dì al decidè di scrivi dome poesiis. Al devente predi ai 19 di Avost dal 1940 e al publiche lis primis racueltis di poesiis jenfri il 1948 e il 1952. Di se al conte che scrivi poesiis o preâ a son par lui il sens de gjonde. Al scuvierç di jessi malât tal 1988 e al mûr tal 1992 a Fontanele (BG).

A cjase di David Maria Turoldo

Façade

La cjase native di pari David Maria Turoldo si cjate a Coder di Sedean, dentri di une cort. E je fate sù cun materiâi puars, come il clap che si cjapave sù tai cjamps e tal jet dal Tiliment.

Al plan tiere si cjate une piçule cusine, furnide cuntun lavel di une bande, il fogolâr di chê altre e, tal mieç, une taule mâl metude. Al è ancje un barcon indulà che al lave fûr simpri il fum parcè che al mancjave il camin.

Cusine nere di fun

Par lâ sù al prin plan bisugne lâ fûr de puarte e lâ sù pes scjalis che si cjatin difûr. Culì si cjate la cjamare dai gjenitôrs di Turoldo, cuntun jet fat di breis di len e un materàs plen di “scartòs”, ven a stâi fueis di blave.

Il solâr

Tal cjast si podeve rivâ doprant une scjale a man che si cjate te cjamare. I gjenitôrs di pari David lu dopravin par conservâ patatis e blave. Lis parêts a son slissis par impedî a lis pantianis di lâ sù, cussì il gjat lis podeve mangjâ cun plui facilitât. Fûr dai barcons si pues viodi il piûl.

Il piûl

A nô no nus plasarès vivi cu la nestre famee intune cjase come cheste parcè che e je une cjase vecje e nô o sin usâts a vê lis cjasis di cumò, cun di plui e je piçule e e à dome un jet.

La polente

La Polenta

Pari David al è nassût intune des fameis plui puaris dal paîs. Jessint puar al mangjave dome polente e chei altris fruts, chei des fameis plui sioris, lu clamavin “polenton”. A nô no nus somee just che lu cjolessin vie cussì, stant che no vevin rispiet di lui.

La sô cjase e profumave di un dolcissim odôr di polente apene voltade sul taulîr. Chest profum al jere il segnâl par lui e pai siei fradis che a smetevin di zuiâ in place e a corevin a cjase. A gulizion la famee Turoldo e mangjave lat e polente, a misdì mignestre e polente e, par finî, a cene, ardielut e ancjemò polente.

La mame e faseve simpri fature par cusinâ la polente profumade e la cueieve intune pignate di ghise nere. La cueieve simpri cun tant amôr e il piçul David, par judâle, al cjapave sù tai cjamps e tai canâi cualchi bruscje di len.

Tai dîs di puaretât, cuant che e jere dome polente di mangjâ, so pari al taiave pai siei fîs dôs fetis de “piçule montagne di aur” e ur lis consegnave une par man, disint: “Ve ca, une tu la clamarâs polente e chê altre formadi!” E il piçul David al crodeve simpri.

Il pan lu mangjave dome chel che si inmalave, ma indi jere cussì pôc di rivâ a fâ juste une “panade”.

Purtrop ancje in dì di vuê a son cetantis fameis come chê di pari David, che no àn lis robis che a coventin par vivi, come la mangjative e la aghe...

La nestre infanzie e chê di pari David

La infanzie di pari David no je stade di sigûr legre, anzit, vosadis, remenadis, miserie e puartât a jerin lis carateristichis di ogni dì e po dopo tant lavôr par otignî pôc.

Nô o vin amîs che nus vuelin ben, invezit lui no indi veve, i fruts di fat lu tratavin mâl, lu fasevin sufrî e lu refudavin. A cualchidun di nô al è sucedût di jessi stâts cjolts vie dai compagns e o savìn trop che chest nus fâs stâ mâl, ma ce che al è sucedût a lui al è ben plui grâf di ce che nus àn fat a nô.

Pari David al jere puar, al veve une cjase piçule, cence comoditâts, invezit la nestre e je cjalde, ospitâl, o vin un jet fof e no fat di scartòs di blave, la corint eletriche, il gas, la television, il riscjaldament e v.i....O vivin ben, se o vin bisugne di alc in pôc timp o podìn vêlu, invezit pari David al veve pôc di dut. O metìn sù vistîts gnûfs, colorâts, di mode, invezit chei di pari David a jerin imblecâts, curts e “tignûts sù” cul spali.

La sô infanzie e je stade une vore dure, fadiose e dificile stant che al veve di lavorâ par judâ la famee, al veve di fâ lavôrs pesants che no jerin a la sô puartade. Apene che al tornave di scuele al cjoleve lis pioris e lis puartave a passon tai cjamps. Nô zovins no vin di lâ a lavorâ par “vuadagnâ il pagnut”. La nestre vite e je cence pinsîrs, divertente, colorade, maraveose.

O vin avonde di mangjâ e ogni dì o mangjin alc di difarent, invezit lui al à patît la fam, al mangjave pôc e simpri la stesse robe: polente, lidric e cualchi volte formadi, rarementri pan. Lui nol strassave nuie invezit nô dispès o lassìn il mangjâ tal plat. O sin une vore fortunâts, o sin ancje un pôc viziâts, pûr vint tant di dut cualchi volte no sin contents.

I ultins

“I ultins” al è un film gjavât fûr dal test autobiografic di pari David “Io non ero un fanciullo” che e conte la storie di une famee puare di contadins, viodude par mieç dai voi di un frut di dîs agns, Checo.

Il film nus è plasût tant e nus à comovûts. Tantis senis nus son restadis tal cûr e no lis dismentearìn mai: o sin restâts cence peraulis cuant che te pelicule cualchi frut si è metût a cori daûr a Checo che al tornave indaûr dal passonâ e po lu àn picjât pe maie suntune stangjade, come une sopresse, e intant lui al vaìve parcè che al jere un frut masse bon.

Nus à comovût viodi Checo jentrâ te cusine di une famee siore propit cuant che a mangjavin; su la taule al jere ogni ben di Diu, ma nissun i à dât alc, anzit une siore lu à mandât vie clamantlu pipinot, par vie dal so aspiet e chest sorenon lu faseve stâ une vore mâl.

cusine dai siôrs

Tal film al è ancje un episodi che nus à fat rabiâ: Checo al ven invidât a gnocis, alore al va a cjase content, al met sù une gjachete dute imblecade par jessi plui elegant pussibil e po si presente ae fieste. Ma ducj a fasin fente di no cognossilu, no lu fasin sentâ e no i ufrissin nuie, cussì no i reste altri che tornâ a cjase avilît e malcontent.

Nus à fat tant displasê la sene li che, par cjastì, Checo, al va a durmî cence cene par vê puartât a passon lis pioris tal cjamp di un altri, ma daspò un pôc la mame i va dongje, fasintsi lûs cuntune cjandele e i puarte une fetute di polente. Ce tenarece viodi la mame che e stâ cun lui!

Tal film si viôt ancje Checo che al va a scuele, ma ancje chel al devente un moment di soference parcè che cualchi compagn lu mene atôr, i robe il cjapiel e po lu pescje. Nol è just cjoli vie chel che al è plui sfortunât e nol è nancje just puartâ vie la robe di chei altris.

Checo al jere un frut come ducj, ma lu fasevi sintî difarent.
Cualchidun di nô si è metût a vaî cuant che so pari lu à cjapât pe maie e lu à sbatût cuintri dal pipinot e po lu à lassât tal cjamp parcè che si jere metût a zuiâ invezit di tignî a ments lis pioris. A nô, par fortune, no nus è mai capitât di jessi lassâts di bessôi e di viodi nestri pari lâ vie inrabiât.

No si smentearìn mai de sene finâl dulà che si viôt Checo che al cjape a clapadis il pipinot, lu fâs colâ e po i passe parsore, parcè che nol voleve plui jessi paragonât a lui.

Jenfri i tancj moments malinconics di chest film, al è un che al è une vore graciôs, li che Checo al busse une fantaçute, forsit in chel moment al varà pensât che cualchidun in chest mont i voleve ben. E je ancje une sene li che al riduce: chê indulà che al zuie cun sô sûr. Al à tante pazience cun jê, i insegne a disegnâ (al jere une vore brâf a fâ dissens).

Tal ultin, o sin stâts contents di viodi che Checo al à vinçût tal zûc dal “Muduc” 25 centesims. Cumò chei bêçs no àn valôr, ma a àn dât a Checo une grande felicitât parcè che al à podût comprâ un zigar a so pari. Ancje se al jere dome un frut al dimostrave di vê bielzà une grande disponibilitât e sensibilitât tal judâ la sô famee.

Cuant che il film al è finît o vin provât tante pene, displasê e avilizion stant che no imagjinavin che pari David al ves vût une infanzie cussì dolorose. Nus è displasût che nol vedi vût la pussibilitât di divertîsi cui amîs, di vê vût dai gjenitôrs comprensîfs e plens di afiet, ancje se cualchidun di nô lis à cjapadis propit come lui.

 

Immagine della testata in alto: Panorama da Arcano Superiore
Per gentile concessione dell'autore, Vittorio Sgoifo socio del Circolo Fotografico "Ernesto Battigelli" di San Daniele del Friuli