La Manovra 2026 segna un punto di rottura silenzioso ma profondo nel sistema previdenziale italiano. Non con un taglio netto o un annuncio clamoroso, bensì attraverso un riassetto normativo che, nei fatti, cancella ogni ipotesi di prepensionamento per i nati nel 1964. Una generazione che, per età e aspettative, si trovava già proiettata verso l’uscita dal lavoro, e che ora scopre di essere rimasta senza paracadute.
Questa non è solo una notizia tecnica: è un cambio di paradigma che riguarda milioni di persone, il modo in cui lo Stato ridefinisce il concetto di “fine carriera” e, soprattutto, il patto implicito tra chi ha lavorato per quarant’anni e le istituzioni.
Una generazione rimasta nel mezzo: perché il 1964 è diventato un anno spartiacque
Chi è nato nel 1964 appartiene a una generazione di confine. Troppo giovane per aver beneficiato delle vecchie pensioni anticipate “generose”, troppo anziana per adattarsi senza attriti alle nuove regole contributive più rigide. Per anni, questi lavoratori hanno pianificato il proprio futuro contando su strumenti di uscita anticipata che sembravano consolidati: quote, finestre flessibili, deroghe temporanee.
La Manovra 2026 interviene proprio qui, cancellando quella zona grigia che aveva alimentato aspettative realistiche. La rilevanza di questo passaggio oggi è enorme, perché arriva in un momento di forte stress sociale: inflazione, lavori fisicamente usuranti, carriere discontinue. L’impatto pratico è immediato: restare al lavoro più a lungo, spesso in condizioni di salute e motivazione già compromesse.
L’errore più comune è pensare che si tratti di una misura “neutrale”, dettata solo dai conti pubblici. In realtà, è una scelta politica che ridefinisce chi deve farsi carico della sostenibilità del sistema. E da qui si apre la domanda successiva: perché proprio ora e perché proprio loro?
La logica della Manovra 2026: sostenibilità o scarico di responsabilità?
Ufficialmente, la cancellazione del prepensionamento viene giustificata con la necessità di garantire la sostenibilità del sistema previdenziale nel lungo periodo. Un argomento noto, quasi automatico, che però merita di essere scomposto. La spesa pensionistica italiana è certamente elevata, ma è anche il risultato di scelte stratificate, non di un improvviso squilibrio.
Per il lettore di oggi, il punto cruciale è comprendere l’impatto reale: la sostenibilità viene ottenuta non attraverso una riforma strutturale del lavoro o una revisione delle pensioni alte, ma allungando la permanenza lavorativa di chi è più vicino all’uscita. È una soluzione rapida, ma socialmente costosa.
Molti credono che “qualcosa cambierà ancora” e che ci sarà una nuova deroga. È la convinzione più pericolosa, perché porta all’inazione. La direzione intrapresa, invece, sembra chiara: meno flessibilità in uscita, più responsabilità individuale. Questo porta inevitabilmente a interrogarsi su cosa succede a chi non ce la fa fisicamente o professionalmente a restare attivo fino ai nuovi requisiti.
Lavorare più a lungo non è uguale per tutti: il fattore invisibile delle disuguaglianze
Uno degli aspetti meno raccontati di questa riforma è l’effetto diseguale che produce. Lavorare fino a 67 anni non ha lo stesso significato per un impiegato con mansioni leggere e per un operaio che ha passato la vita in fabbrica. Eppure, la norma tratta queste situazioni come equivalenti.
Per il lettore, questo è rilevante perché smonta l’idea che la pensione sia solo una questione di numeri. Le conseguenze pratiche sono un aumento del rischio di infortuni, burnout, malattie professionali e, paradossalmente, un maggiore ricorso a strumenti di assistenza sociale.
L’errore diffuso è pensare che il problema riguardi “solo” chi è stanco di lavorare. In realtà, riguarda la tenuta complessiva del sistema: un lavoratore anziano in difficoltà è meno produttivo e più vulnerabile. Questo ci conduce a un nodo ancora più profondo, spesso ignorato nel dibattito pubblico: la mancanza di vere politiche di fine carriera.
Fine carriera assente: cosa manca davvero nel sistema italiano
In molti Paesi europei, l’uscita dal lavoro non è un salto nel vuoto, ma un percorso graduale. Riduzione dell’orario, riconversione delle mansioni, accompagnamento psicologico e professionale. In Italia, invece, la fine carriera resta un concetto quasi inesistente.
La Manovra 2026 rende questa lacuna ancora più evidente. Per chi legge oggi, il messaggio è chiaro: non basta parlare di età pensionabile se non si ripensa l’ultimo tratto della vita lavorativa. L’impatto pratico è che migliaia di persone si trovano a “resistere” sul lavoro, anziché essere accompagnate verso l’uscita.
L’idea sbagliata più comune è credere che il prepensionamento fosse un privilegio. In realtà, era spesso una valvola di compensazione per un sistema incapace di gestire l’invecchiamento della forza lavoro. E da qui si apre l’ultima, inevitabile prospettiva: cosa può fare oggi chi è nato nel 1964?
Oltre la riforma: adattarsi, reagire o ripensare il proprio futuro
La cancellazione del prepensionamento non è solo una notizia da subire, ma un segnale da interpretare. Per chi è direttamente coinvolto, diventa urgente ripensare strategie personali: formazione tardiva, ruoli meno usuranti, pianificazione finanziaria più attenta.
Questo è rilevante oggi perché il sistema sta chiaramente spostando il rischio dall’istituzione all’individuo. Le conseguenze reali saranno visibili nei prossimi anni, ma la direzione è già tracciata. L’errore più pericoloso è aspettare passivamente un nuovo intervento salvifico.
Il collegamento finale è inevitabile: la Manovra 2026 non chiude una partita, ne apre una più ampia. Quella sul significato stesso di lavoro, età e dignità nella fase finale della vita attiva. Una discussione che va oltre il 1964 e che, presto, riguarderà molti di più.

Danilo Canzanella cura la sezione tecnologia, occupandosi di strumenti digitali, innovazione e nuove soluzioni per la didattica e la vita scolastica. Analizza con linguaggio semplice ma competente le tecnologie più utili per studenti e insegnanti, dalle piattaforme educative ai dispositivi digitali, con l’obiettivo di rendere l’innovazione accessibile e funzionale al mondo della scuola.






