Negli ultimi anni il dibattito sull’istruzione italiana si è concentrato quasi ossessivamente su competenze digitali, STEM, intelligenza artificiale e orientamento al lavoro. Tutto necessario, certo. Ma mentre lo sguardo corre in avanti, qualcosa di fondamentale viene lentamente lasciato indietro: la padronanza della lingua italiana come strumento di pensiero, comprensione e cittadinanza.
Quando la Società Dante Alighieri richiama l’attenzione sulla necessità di investire nella formazione dei docenti e nelle attività didattiche, non sta proponendo un ritorno nostalgico al passato, ma sta toccando un nervo scoperto del presente.
Il punto non è “fare più grammatica”. Il punto è capire che una scuola in cui la lingua si impoverisce è una scuola che smette di allenare il pensiero complesso. E questo ha conseguenze che vanno ben oltre i voti o le prove Invalsi.
La lingua come infrastruttura invisibile del pensiero
La lingua non è una materia come le altre. È l’infrastruttura invisibile su cui poggia ogni forma di apprendimento. Comprendere un testo di storia, interpretare un problema di matematica, argomentare un’idea in filosofia o scienze: tutto passa dalla capacità di leggere, capire, collegare e rielaborare parole e concetti. Oggi questa infrastruttura mostra crepe evidenti.
Sempre più docenti segnalano difficoltà diffuse nella comprensione dei testi, nella costruzione di frasi articolate, nell’uso consapevole del lessico. L’errore comune è attribuire tutto ai social o alla soglia di attenzione ridotta degli studenti. In realtà il problema è più profondo: quando la scuola rinuncia a lavorare sulla lingua come strumento cognitivo, delega altrove la formazione del pensiero. E altrove, spesso, non c’è nessuno che se ne occupi davvero.
Questo è rilevante oggi perché viviamo in un’epoca di sovraccarico informativo. Senza una lingua solida, gli studenti non solo faticano a studiare, ma diventano più vulnerabili a semplificazioni, slogan e manipolazioni. È qui che il tema della lingua si collega direttamente alla cittadinanza attiva, preparando il terreno al nodo successivo: chi deve guidare questo processo?
La formazione dei docenti: il vero snodo ignorato
Parlare di più lingua italiana nelle scuole senza parlare di formazione dei docenti significa fermarsi alla superficie. L’insegnante è il primo mediatore tra la lingua viva e lo studente, ma troppo spesso si trova a lavorare con strumenti didattici e metodologici inadeguati a un contesto radicalmente cambiato.
Molti percorsi di formazione iniziale e in servizio continuano a trattare l’italiano come un insieme di regole da trasmettere, non come una competenza dinamica da coltivare. Il risultato è una didattica che fatica a coinvolgere e che spesso non riesce a intercettare i reali bisogni linguistici degli studenti, soprattutto in classi sempre più eterogenee. L’errore diffuso è pensare che “chi sa l’italiano lo insegna”. In realtà insegnare lingua oggi richiede competenze specifiche: didattica della comprensione, educazione al testo, scrittura argomentativa, oralità consapevole.
Investire sulla formazione dei docenti non è un lusso accademico, ma una scelta strategica. Senza questo passaggio, anche le migliori indicazioni ministeriali restano lettera morta. Ed è proprio da qui che nasce l’esigenza di ripensare le attività didattiche in modo meno rituale e più trasformativo.
Attività didattiche: quando la lingua smette di essere un esercizio sterile
Uno dei segnali più evidenti della crisi linguistica a scuola è la percezione diffusa, tra gli studenti, che l’italiano sia una materia “inutile” o scollegata dalla realtà. Questo accade quando le attività didattiche si riducono a esercizi meccanici, analisi formali senza contesto, temi svolti per dovere e non per necessità comunicativa.
Eppure la lingua può tornare a essere uno spazio vivo se viene usata per leggere il presente: testi giornalistici, narrazioni contemporanee, dibattiti argomentativi, scrittura legata all’esperienza e all’attualità. Il punto non è semplificare i contenuti, ma renderli significativi. L’errore più frequente è confondere l’accessibilità con l’abbassamento del livello. In realtà, quando gli studenti sentono che la lingua serve a capire il mondo, la complessità diventa una sfida, non un ostacolo.
Queste attività hanno un impatto pratico immediato: migliorano la comprensione, rafforzano l’autostima comunicativa e creano connessioni tra le discipline. Ma soprattutto preparano il terreno a una questione ancora più ampia, spesso rimossa dal dibattito pubblico.
Lingua italiana e disuguaglianze: ciò che la scuola può ancora fare
La padronanza linguistica è uno dei principali fattori di disuguaglianza educativa. Chi arriva a scuola con un lessico ricco e una buona competenza testuale parte avvantaggiato in tutte le materie. Chi non ce l’ha accumula ritardi che spesso vengono scambiati per “scarso impegno” o “mancanza di talento”.
Qui la lingua italiana diventa una questione di giustizia sociale. Rafforzarla a scuola significa offrire a tutti gli studenti, indipendentemente dal contesto familiare, gli strumenti per esprimersi, comprendere e partecipare. L’errore più grave è considerare queste difficoltà come un problema individuale, quando invece sono il risultato di un sistema che ha progressivamente ridotto lo spazio del lavoro linguistico profondo.
In un’epoca in cui si parla molto di inclusione, la lingua resta uno degli strumenti più potenti e meno valorizzati. Ed è proprio questa consapevolezza che apre una domanda inevitabile: che tipo di cittadini stiamo formando se rinunciamo a educare davvero alla parola?
Oltre la scuola: perché la lingua italiana riguarda tutti
Ridurre il tema alla dimensione scolastica è comodo, ma insufficiente. Una società che non investe nella propria lingua rinuncia lentamente alla capacità di raccontarsi, di discutere, di immaginare il futuro. La scuola è l’ultimo argine strutturato rimasto, ma non può reggere da sola.
Il richiamo della Società Dante Alighieri va letto in questa chiave più ampia: rafforzare la lingua italiana significa rafforzare il tessuto culturale del Paese. L’errore finale è pensare che tutto questo riguardi solo studenti e insegnanti. In realtà riguarda il modo in cui comunichiamo, votiamo, lavoriamo e conviviamo.
La domanda, a questo punto, non è se serva più lingua italiana nelle scuole. La domanda è se possiamo permetterci di continuare a farne a meno.
Perché crescono le difficoltà di comprensione e di espressione degli studenti, con effetti su tutte le materie e sulla partecipazione civica.
Il problema non è la quantità, ma il modo: spesso manca un lavoro profondo sulla lingua come strumento di pensiero.
Sì, perché insegnare lingua oggi richiede competenze didattiche aggiornate e consapevoli dei cambiamenti sociali e culturali.
No, al contrario: senza una solida competenza linguistica anche le competenze digitali diventano superficiali.
No, riguarda la qualità del dibattito pubblico e la capacità di una società di comprendere e interpretare la realtà.

Giuseppe Rossi si occupa di contenuti dedicati al mondo della scuola e degli studenti, con particolare attenzione alla didattica, all’orientamento scolastico e alle sfide educative contemporanee. Attraverso articoli chiari e aggiornati, racconta la scuola dal punto di vista degli studenti, offrendo approfondimenti utili, consigli pratici e spunti di riflessione per affrontare al meglio il percorso di crescita e apprendimento.






