La maturità cambia voce: perché il francese all’orale potrebbe riscrivere l’esame più temuto

Una scelta che rompe la liturgia dell’esame orale

L’ipotesi che, nella Maturità 2026, la lingua francese possa sostituire una delle quattro materie tradizionali del colloquio orale non è una semplice modifica di programma. È una rottura simbolica. L’orale dell’Esame di Stato è sempre stato il luogo della sintesi: sapere disciplinare, capacità di collegamento, maturità personale. Inserire – o meglio, far emergere – una lingua straniera come il francese in modo strutturale significa spostare l’asse dell’esame da “ciò che sai” a “come comunichi ciò che sai”. È rilevante oggi perché la scuola italiana è sotto pressione: deve dimostrare di preparare studenti non solo competenti, ma comprensibili nel mondo. L’impatto pratico è evidente: cambiano le strategie di studio, il peso della preparazione orale, la percezione stessa dell’esame. L’errore comune è pensare che si tratti di un’aggiunta marginale o di un favore ai licei linguistici. In realtà, il segnale è più ampio e porta dritto a una domanda: che tipo di maturità vuole certificare lo Stato? Da qui nasce il nodo successivo, quello politico e culturale.

La scuola italiana e il ritorno delle lingue “non dominanti”

Negli ultimi anni l’inglese ha occupato quasi tutto lo spazio simbolico delle competenze linguistiche. Il possibile rilancio del francese all’orale va letto come una controcorrente consapevole. Non perché il francese sia “più utile” dell’inglese, ma perché rappresenta un’idea diversa di formazione: meno standardizzata, più legata alla storia culturale europea. Oggi questo è rilevante perché l’Italia cerca un equilibrio tra globalizzazione e identità. L’impatto concreto si traduce in programmi che tornano a valorizzare la profondità linguistica, non solo la comunicazione rapida. L’equivoco più diffuso è credere che le lingue cosiddette minori siano un lusso. In realtà, sono strumenti di pensiero: cambiano il modo in cui si argomenta, si struttura un discorso, si affronta un problema. Ed è proprio questo che l’orale dovrebbe misurare. Da qui si passa inevitabilmente al tema della valutazione.

Valutare in francese: competenza o esposizione?

Portare il francese dentro l’orale significa chiedere agli studenti di esporsi. Non basta conoscere: bisogna sostenere un ragionamento, spiegare, reagire. È rilevante oggi perché la scuola è spesso accusata di valutare in modo astratto. Qui, invece, la competenza diventa visibile. L’impatto pratico è forte: prepararsi all’orale non sarà più solo ripasso, ma allenamento alla performance comunicativa. L’errore più comune è pensare che questo penalizzi chi “non è portato” per le lingue. In realtà, il colloquio non misura la perfezione grammaticale, ma la capacità di usare la lingua come strumento. Questo sposta il focus dall’ansia dell’errore alla qualità del pensiero. E apre un altro fronte: il ruolo dei docenti.

I docenti tra opportunità e responsabilità

Per gli insegnanti, questa possibile riforma è una prova di maturità parallela. Integrare il francese nell’orale richiede coordinamento, visione comune, capacità di uscire dalla comfort zone disciplinare. È rilevante perché la scuola italiana soffre spesso di compartimenti stagni. L’impatto concreto si vedrà nelle simulazioni d’esame, nei consigli di classe, nel modo in cui si costruiscono i percorsi interdisciplinari. L’errore da evitare è trattare il francese come “materia a sé”, scollegata dal resto. Se accadesse, la riforma fallirebbe. Il valore sta nell’intreccio: storia, filosofia, scienze che dialogano in un’altra lingua. È qui che l’orale torna a essere un vero banco di prova. E questo ci porta allo sguardo degli studenti.

Come cambierà la percezione della maturità per gli studenti

Per molti maturandi, l’orale è sempre stato il momento più imprevedibile. L’ingresso del francese può sembrare un’ulteriore fonte di ansia. Ma è rilevante oggi perché i giovani vivono già in un contesto multilingue, anche se spesso in modo informale. L’impatto pratico è una maturità più vicina alla vita reale: parlare, argomentare, farsi capire. L’errore più diffuso è pensare che questa novità renda l’esame più difficile. In realtà, lo rende diverso: meno nozionistico, più autentico. Chi saprà prepararsi in modo trasversale ne uscirà rafforzato. Ed è proprio questo il punto di arrivo – o di partenza – della riforma.

Una maturità che guarda oltre il voto

Se il francese entrerà davvero come sostituzione di una delle materie orali, la Maturità 2026 segnerà un passaggio simbolico: l’esame non come fine, ma come dimostrazione di competenza nel mondo. È rilevante perché il sistema educativo italiano è chiamato a rinnovarsi senza perdere credibilità. L’impatto concreto sarà visibile solo tra qualche anno, quando questi studenti entreranno nell’università e nel lavoro. L’errore sarebbe giudicare la riforma solo in base alle difficoltà iniziali. In realtà, la domanda giusta è un’altra: siamo pronti ad accettare una maturità che non certifica solo ciò che sappiamo, ma come sappiamo dirlo? Da questa risposta dipende molto più di un esame.

Il francese sostituirà davvero una materia all’orale della maturità 2026?

L’ipotesi è allo studio e segnala un possibile cambio di approccio più che una semplice modifica tecnica.

Perché proprio il francese e non un’altra lingua?

Per il suo valore culturale e formativo, oltre che per il ruolo storico nel sistema scolastico italiano.

Questo penalizzerà gli studenti meno portati per le lingue?

Non necessariamente: l’obiettivo è valutare la capacità di comunicare, non la perfezione linguistica.

L’orale diventerà più difficile?

Diventerà diverso, con maggiore attenzione alla capacità di argomentare e collegare concetti.

Cosa cambia nella preparazione degli studenti?

Meno memorizzazione pura e più allenamento al ragionamento e all’esposizione orale.

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