Sciopero scuola 12 e 13 gennaio: perché le lezioni rischiano di saltare e chi si ferma davvero

Il ritorno sui banchi dopo le vacanze natalizie — un momento che in teoria porta sollievo alle famiglie e alla routine quotidiana — rischia di trasformarsi in un’altra fase di incertezza e confusione, con lezioni sospese e genitori costretti a riorganizzare la giornata. Lunedì 12 e martedì 13 gennaio sono infatti le due giornate in cui un ampio sciopero nazionale del comparto scuola potrebbe compromettere il normale svolgimento delle attività didattiche in tutta Italia. Ma dietro al semplice “salto di lezioni” si intrecciano tensioni profonde su statuti contrattuali, riconoscimento professionale, condizioni di lavoro e il ruolo della scuola pubblica nella nostra società.

Le due giornate che spiazzano famiglie e scuole

Negli ultimi giorni è circolata molta confusione sulle date: inizialmente previsto per il 9 e 10 gennaio, lo sciopero è stato spostato a lunedì 12 e martedì 13 gennaio dopo un intervento del Commissario di garanzia per l’attuazione della legge sugli scioperi. Questo organismo — spesso poco noto al grande pubblico — ha rilevato alcune irregolarità formali nella proclamazione originaria della mobilitazione, costringendo le sigle sindacali a riprogrammare le giornate. Il risultato pratico per studenti, famiglie e scuole resta però lo stesso: l’incertezza sulla presenza di docenti e personale ATA e, di conseguenza, sullo svolgimento o meno delle lezioni.

La scelta di posticipare piuttosto che annullare lo sciopero dice molto sulla determinazione delle organizzazioni sindacali coinvolte, ma allo stesso tempo riflette una difficoltà più ampia del settore dell’istruzione a trovare spazi di dialogo stabili con il Ministero dell’Istruzione e con le istituzioni in generale.

Chi si ferma davvero: oltre i luoghi comuni

Non si tratta di un’astensione simbolica o parziale: tutte le componenti del personale scolastico sono invitate ad aderire. Questo significa:

  • Docenti di ogni ordine e grado, statali, comunali e anche di scuole private.
  • Personale ATA (ausiliario, tecnico e amministrativo) che garantisce servizi fondamentali in ogni istituto.
  • Personale educativo e scolastico degli asili nido e scuole dell’infanzia.

Questa ampia adesione spezza un mito: lo sciopero non riguarda solo “qualche insegnante” o solo alcune scuole, ma l’intero comparto istruzione e ricerca. Le dichiarazioni ufficiali dei sindacati indicano che si può aderire anche a una sola delle due giornate, ma la loro durata consecutiva aumenta la probabilità di disagi estesi, rendendo incerta l’apertura stessa degli edifici scolastici.

Perché si sciopera: radici profonde, non proteste episodiche

Se per molti genitori uno sciopero equivale semplicemente a due giorni senza scuola, per chi lavora nel settore è un grido d’allarme su problemi strutturali. Secondo i sindacati promotori — Flp, Confsai, Conalpe e Csle — le principali rivendicazioni comprendono:

  • Aumento degli stipendi: non semplici incrementi, ma adeguamenti verso standard europei di salario per il personale scolastico.
  • Riconoscimento dei buoni pasto anche per chi lavora nelle scuole, “come già riconosciuti ai dipendenti del MIM” (Ministero dell’Istruzione e del Merito).
  • Estensione del lavoro usurante a tutte le categorie scolastiche, con riflessi su diritti pensionistici e tutele.
  • Maggiore controllo sul rispetto del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL), spesso percepito come non applicato correttamente a livello locale.

Queste non sono rivendicazioni occasionali: si inseriscono in una storia di fragilità contrattuale e percezione di svalutazione professionale che attraversa la scuola italiana da anni. Anche se gli scioperi scolastici possono apparire episodici, la loro ricorrenza riflette un nodo irrisolto nella collocazione sociale e contrattuale di chi educa milioni di studenti ogni giorno.

Quali scuole potrebbero essere più colpite

Non tutte le scuole risentiranno allo stesso modo della mobilitazione. È realistico aspettarsi:

  • Asili nido e scuole dell’infanzia: spesso più vulnerabili senza personale ATA e educativo sufficiente.
  • Piccoli istituti cittadini: dove anche la mancata presenza di pochi docenti può significare chiusura dell’attività didattica.
  • Istituti in zone periferiche o con risorse ridotte: meno capaci di garantire servizi alternativi durante le proteste.

Il Commissario di garanzia sottolinea che, data la natura nazionale della mobilitazione, sono i singoli istituti — e non lo Stato centrale — a dover comunicare alle famiglie l’effettiva presenza di personale e l’apertura delle lezioni, moltiplicando così le possibili variabili di impatto locale.

Per le famiglie: l’incertezza come nuova normalità

La protesta scolastica di metà gennaio non si esaurisce in due giorni di lezioni saltate. È la manifestazione di un malcontento più profondo che permea l’istruzione pubblica italiana, segnando un punto di frizione tra lavoratori scolastici e istituzioni. Per i genitori e gli studenti, il messaggio tangibile è semplice: la scuola, così come è strutturata oggi, è sotto pressione. A differenza di scioperi isolati di altri settori, quello della scuola tocca la quotidianità delle famiglie, costringendole a ripensare la logistica familiare, la cura dei figli e persino la percezione del valore educativo della giornata scolastica.

Questa tensione — spesso raccontata nei media come “disagio per i genitori” — ha invece radici più profonde e solleva domande su come la società italiana attribuisce valore alla formazione pubblica e riconosce il lavoro di chi la sostiene. In questo senso, riflettere su queste giornate di protesta diventa anche un’occasione per interrogarsi su che scuola vogliamo davvero nei prossimi anni.

Giuseppe Rossi
Giuseppe Rossi
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