La carta del docente ai supplenti: perché una sentenza di Modena cambia molto più di quanto sembri

C’è una decisione giudiziaria che, letta in superficie, potrebbe apparire come l’ennesimo contenzioso sul lavoro pubblico. Ma fermarsi lì sarebbe un errore. A Modena, un giudice ha messo nero su bianco un principio che tocca il cuore della scuola italiana: la Carta del Docente non è un privilegio legato alla stabilità contrattuale, ma uno strumento legato alla funzione educativa. Ed è proprio questo passaggio, spiegato e rivendicato da Anief, ad aver riaperto un dibattito che sembrava archiviato, ma che in realtà non lo è mai stato.

Questa non è solo una storia di buoni da 500 euro. È una questione di visione, di coerenza del sistema, di rispetto per chi ogni anno garantisce continuità didattica senza avere continuità giuridica.

Il nodo vero: cosa rappresenta davvero la Carta del Docente

La Carta del Docente nasce per sostenere la formazione continua degli insegnanti. Non è un premio, né un incentivo discrezionale. È il riconoscimento di un’esigenza strutturale: chi insegna deve aggiornarsi, formarsi, migliorare. Oggi più che mai, in un contesto scolastico attraversato da trasformazioni tecnologiche, metodologiche e sociali profonde.

Ed è qui che emerge la prima contraddizione. Se la formazione è necessaria per svolgere bene il lavoro, perché dovrebbe dipendere dalla durata del contratto? Il giudice di Modena ha affrontato proprio questo punto, chiarendo che l’aggiornamento professionale non è un benefit accessorio, ma una componente essenziale della funzione docente. Escludere i supplenti significa, di fatto, ammettere che una parte degli insegnanti possa lavorare con meno strumenti culturali e professionali.

L’errore più diffuso, anche nel dibattito pubblico, è considerare la Carta come un “vantaggio economico”. In realtà è una leva di qualità del sistema. E se questa leva viene negata a decine di migliaia di docenti precari, l’impatto non è individuale, ma collettivo. È su questo piano che la sentenza di Modena si collega a una riflessione più ampia.

Supplenti: stessi doveri, stessi studenti, ma diritti diversi

Ogni anno, una quota enorme della scuola italiana funziona grazie ai supplenti. Entrano in classe, valutano, progettano, partecipano ai collegi docenti, gestiscono classi complesse e spesso situazioni delicate. Dal punto di vista sostanziale, svolgono le stesse identiche mansioni dei colleghi di ruolo.

Eppure, sul piano dei diritti, il sistema ha sempre operato una distinzione rigida. La motivazione più ricorrente è di tipo amministrativo: il contratto è a tempo determinato, quindi il trattamento può essere diverso. Ma il giudice modenese ribalta questa impostazione, richiamando un principio chiave del diritto del lavoro europeo: a parità di funzione, non può corrispondere una disparità irragionevole di strumenti professionali.

Il punto spesso trascurato è l’effetto concreto di questa esclusione. Un supplente che non può accedere alla Carta del Docente rinuncia a corsi, libri, software, formazione digitale. Non per scelta, ma per mancanza di mezzi. L’idea che il precariato sia una fase “temporanea” da sopportare giustifica, nella pratica, una compressione strutturale dei diritti. Ed è proprio questa normalizzazione della disuguaglianza che la sentenza mette in discussione.

Perché Modena non è un caso isolato, ma un precedente culturale

Formalmente, una sentenza di tribunale non cambia la legge. Ma nel sistema italiano, alcune decisioni hanno una forza che va oltre il singolo caso. Quella di Modena si inserisce in un filone giurisprudenziale che, negli ultimi anni, sta ridefinendo il concetto di parità nel pubblico impiego.

Il giudice non si limita a riconoscere il diritto economico. Spiega il perché. E quel perché è fondamentale: la formazione continua non è opzionale, e lo Stato non può pretendere qualità didattica senza garantire strumenti omogenei. È un ragionamento che sposta il baricentro dalla burocrazia alla funzione sociale della scuola.

L’errore comune è leggere queste sentenze come “vittorie sindacali”. In realtà, sono segnali di un sistema che fatica a tenere insieme realtà lavorativa e impianto normativo. La scuola è cambiata, il lavoro docente è cambiato, ma alcune regole sono rimaste ferme a un’idea novecentesca di carriera lineare e stabile. La giurisprudenza sta colmando questo scarto, spesso più velocemente della politica.

Il ruolo di Anief e la strategia che va oltre il singolo ricorso

Dietro la decisione di Modena non c’è solo un’aula di tribunale, ma una strategia precisa. Anief da anni porta avanti un’azione sistematica sui diritti dei docenti precari, puntando non tanto allo scontro ideologico, quanto alla coerenza giuridica. La Carta del Docente è solo uno dei fronti, ma è simbolicamente potente.

La convinzione sbagliata è che queste battaglie servano solo a “ottenere arretrati”. In realtà, l’obiettivo dichiarato è più ambizioso: ridurre la distanza strutturale tra chi insegna stabilmente e chi lo fa in condizioni di precarietà cronica. Ogni sentenza favorevole costruisce un tassello, crea un precedente, rafforza un’interpretazione che può diventare dominante.

Ed è qui che il discorso si allarga. Se passa il principio che la formazione è legata alla funzione e non al contratto, quali altri strumenti dovranno essere ripensati? Quali altre differenze reggono davvero a un’analisi sostanziale? La Carta del Docente diventa così una chiave di lettura per interrogare l’intero sistema.

Una questione che riguarda anche chi non è supplente

Potrebbe sembrare un tema “di nicchia”, confinato ai precari. Ma non lo è. Una scuola che investe in modo diseguale sulla formazione dei suoi insegnanti è una scuola che accetta livelli diversi di qualità educativa. E questo ricade sugli studenti, sulle famiglie, sul territorio.

Il rischio più grande è pensare che la precarietà sia un problema individuale, quando in realtà è un fattore sistemico. La sentenza di Modena mette in luce una verità scomoda: la qualità dell’istruzione non può essere segmentata in base alla durata dei contratti. O è una priorità per tutti, o non lo è davvero.

E proprio qui il discorso non si chiude, ma si apre. Perché se il diritto alla formazione viene riconosciuto anche ai supplenti, la domanda successiva è inevitabile: quali altri aspetti del lavoro docente devono essere riletti alla luce della realtà attuale della scuola italiana?

La Carta del Docente spetta automaticamente a tutti i supplenti?

No, al momento è necessaria un’azione legale. La sentenza di Modena rafforza però un orientamento favorevole.

Perché il giudice ha dato ragione ai supplenti?

Perché ha ritenuto irragionevole escludere dalla formazione chi svolge la stessa funzione educativa dei docenti di ruolo.

Questa decisione cambia la legge?

Non direttamente, ma contribuisce a creare un orientamento giurisprudenziale che può influenzare future decisioni e interventi normativi.

La formazione dei supplenti incide davvero sulla qualità della scuola?

Sì. La formazione continua è uno dei fattori chiave della qualità didattica, indipendentemente dal tipo di contratto.

Ci saranno altre sentenze simili?

È probabile. Il contenzioso su questo tema è in crescita e molte cause sono ancora pendenti.

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