Corsi Indire, ormai è guerra fra colleghi. Il Ministero intervenga

Quando la formazione smette di unire e inizia a dividere

C’è un punto preciso in cui uno strumento pensato per valorizzare una professione smette di essere percepito come opportunità e diventa motivo di frattura. I corsi Indire sembrano aver superato quella soglia. Nelle scuole, nelle chat informali dei docenti, nei collegi e persino nei corridoi, il clima è cambiato: non si discute più di didattica, ma di legittimità, di vantaggi percepiti come ingiusti, di percorsi ritenuti “più facili” o “più furbi”.

Il problema non è la formazione in sé. Al contrario: oggi più che mai aggiornarsi è necessario. Il nodo è come questa formazione viene inserita nel sistema, che valore produce e quali effetti collaterali genera. Quando un percorso formativo diventa discriminante per graduatorie, punteggi o accessi professionali, smette di essere neutro. E se non è governato in modo chiaro, produce conflitto.

L’errore più diffuso è pensare che si tratti solo di malumori passeggeri. In realtà siamo davanti a una frattura culturale: tra chi ha potuto accedere a determinati percorsi e chi no, tra chi li considera una scorciatoia e chi un sacrificio necessario. Da qui nasce una tensione che non riguarda solo i corsi, ma l’identità stessa della professione docente. Ed è proprio da questa crepa che bisogna partire per capire perché il tema non può più essere ignorato.

Il valore dei corsi Indire e il cortocircuito del sistema

INDIRE nasce con una missione chiara: sostenere la ricerca educativa, accompagnare l’innovazione didattica, offrire percorsi strutturati a chi opera nella scuola. In astratto, i corsi Indire rappresentano un’eccellenza del sistema pubblico. Il problema emerge quando il loro valore formativo entra in collisione con il loro valore amministrativo.

Nel momento in cui un corso non è solo crescita professionale, ma diventa anche leva per punteggi, graduatorie o riconoscimenti, cambia radicalmente la percezione. Non è più “mi formo perché miglioro”, ma “mi formo perché devo”. E quando non tutti possono farlo nelle stesse condizioni, il conflitto è inevitabile.

Molti docenti segnalano un cortocircuito evidente: carichi di lavoro elevati, costi indiretti, tempi ristretti, piattaforme non sempre fluide. Altri, invece, vedono nei corsi Indire una strada privilegiata, più accessibile rispetto ad altri percorsi universitari. Due narrazioni opposte che convivono senza un arbitro.

L’errore sistemico è stato non anticipare questo scontro. Si è dato per scontato che il valore dell’ente bastasse a legittimare tutto. Ma in un sistema scolastico già sotto pressione, ogni asimmetria diventa detonatore. Da qui nasce la domanda che oggi attraversa le scuole: stiamo formando docenti migliori o stiamo creando docenti di serie A e serie B?

Colleghi contro colleghi: la frattura invisibile nelle scuole

La conseguenza più grave non è burocratica, ma umana. Il conflitto non esplode nei comunicati ufficiali, ma nelle relazioni quotidiane. Docenti che fino a ieri collaboravano oggi si guardano con sospetto. Chi ha seguito i corsi viene percepito come “avvantaggiato”, chi non li ha seguiti come “penalizzato”. La formazione, paradossalmente, diventa un fattore di isolamento.

Questo clima è particolarmente pericoloso perché colpisce il cuore della scuola: la cooperazione professionale. Un collegio docenti frammentato è meno efficace, meno innovativo, meno capace di affrontare le sfide educative reali. Eppure il dibattito pubblico continua a trattare la questione come una semplice polemica di categoria.

L’errore più comune è minimizzare: “sono solo invidie”. In realtà, quando un sistema genera percezioni di ingiustizia, il problema non è l’emozione, ma la struttura che la produce. Ignorare questo significa accettare che la scuola diventi un campo di competizione interna, invece che una comunità educativa.

Questa frattura invisibile è il segnale più chiaro che qualcosa va ripensato. Non perché i corsi siano sbagliati, ma perché il loro inserimento nel sistema è avvenuto senza una visione d’insieme. E senza visione, anche le buone intenzioni producono danni.

Il silenzio istituzionale e il rischio di una crisi strutturale

Il punto più critico è l’assenza di una presa di posizione chiara da parte del Ministero dell’Istruzione e del Merito. In un contesto così delicato, il silenzio non è neutro: viene percepito come disinteresse o, peggio, come avallo implicito delle distorsioni.

Oggi servirebbe una cornice ufficiale che chiarisca finalità, limiti e reale valore dei corsi Indire. Non per sminuirli, ma per inserirli in un ecosistema coerente. Senza questa cornice, ogni scuola interpreta, ogni docente valuta, ogni collega giudica. Il risultato è un caos narrativo che alimenta la guerra interna.

L’errore strategico è pensare che il tempo risolva tutto. Al contrario, il tempo cristallizza le fratture. Più passa, più le posizioni si irrigidiscono, più la sfiducia cresce. E quando la sfiducia entra nella scuola, esce dall’aula e arriva agli studenti, anche se in modo indiretto.

Intervenire ora non significa “dare ragione a qualcuno”, ma ristabilire un principio fondamentale: la formazione deve unire, non dividere. E questo richiede scelte politiche, non solo tecniche. Perché la scuola non è una piattaforma, è una comunità.

Oltre lo scontro: ripensare la formazione come bene comune

La vera domanda, a questo punto, non è se i corsi Indire siano giusti o sbagliati. È se il sistema scolastico italiano abbia ancora una visione condivisa della formazione. Se questa visione manca, ogni percorso diventa terreno di conflitto.

Ripensare la formazione significa chiarire che aggiornarsi non è una corsa a ostacoli né una gara a punti, ma un investimento collettivo. Significa garantire equità di accesso, trasparenza nei riconoscimenti, coerenza nei criteri. Significa, soprattutto, restituire alla formazione il suo valore culturale, prima ancora che amministrativo.

L’errore da evitare è trasformare questo dibattito in una tifoseria. Non serve schierarsi “pro” o “contro” Indire. Serve chiedere un sistema che non metta i docenti uno contro l’altro. Perché quando la scuola si divide, perde tutti. E quando perde la scuola, perde il Paese.

La sensazione diffusa è che siamo a un bivio. Continuare così significa normalizzare il conflitto. Fermarsi a riflettere, invece, potrebbe trasformare una crisi in un’occasione di riforma profonda. La scelta, questa volta, non può essere lasciata al caso.

Perché i corsi Indire stanno creando tensioni tra colleghi?

Perché incidono su punteggi e percorsi professionali senza una percezione diffusa di equità e chiarezza.

Il problema è la qualità dei corsi o il loro utilizzo nel sistema?

Non la qualità in sé, ma il modo in cui vengono integrati e valorizzati a livello amministrativo.

Il Ministero dovrebbe intervenire?

Sì, con una posizione chiara che definisca ruolo, limiti e finalità della formazione.

La formazione obbligatoria è destinata a creare sempre conflitti?

Solo se non è accompagnata da criteri trasparenti e accesso realmente equo.

Cosa rischia la scuola se il clima resta questo?

Una perdita di coesione professionale che si riflette, nel tempo, sulla qualità educativa.

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